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Barbara Puggioni - 27.06.2005
Architettura contemporanea - Ignazio Gardella (1905-1999). Cento anni tra razionalismo e una sottile vena di neoclassicismo

Ignazio Gardella era convinto che l'architettura dovesse avere una forma sempre "sostenuta da un'idea" [1] e che questa idea la si dovesse rintracciare, sempre e comunque, nella vita degli uomini. Ai suoi studenti, gli stessi che seguivano la strada della complicazione e del progetto artistico senza fondamento, era solito rivolgersi con la celebre battuta "le pare bello?" [2], invitandoli a costruire un senso critico ben radicato nella vita, perché come " (..) il fiore è fiore, e non più terra o letame, ed è tuttavia fiore falso, fiore di carta, senza queste sue radici nella terra, così l'architettura è arte e non altra cosa, ma diventa deteriore ed inerte estetismo senza queste sue radici nella vita" [3].
Fu diversamente legato a tre città italiane: Genova, la città della sua famiglia; Milano, la città della formazione e del lavoro, e Venezia, la città dove - già da professionista maturo e affermato - inizierà la sua attività di docente universitario e si laureerà in architettura (1949). Tre luoghi unici ed emblematici che influiranno profondamente nell'espressione del suo personale linguaggio progettuale.
Nasce il 30 marzo del 1905 da una famiglia in cui la professione di architetto e d'ingegnere si tramandava da quattro generazioni. Nel 1931, dopo la laurea in ingegneria e dopo essersi occupato - alla scomparsa del padre - dello studio paterno, inizia la sua attività indipendente. Sono anni molto importanti, questi, per il giovane Gardella. Visita la Germania, la Svezia, la Norvegia e la Finlandia, conosce Markelius e Alvar Aalto, con cui stringerà un'importante amicizia.
Proprio in questo periodo porta a termine un'opera, riconosciuta all'unanimità tra le più rappresentative degli anni Trenta: il Dispensario Antitubercolare di Alessandria (1933-1937). L'edificio, in perfetto rigore funzionale, denota tuttavia alcune peculiarità stilistiche che diverranno il "segno" del linguaggio di Gardella. Accanto al razionalismo della forma e all'uso del vetro-cemento impiegato nella facciata, Gardella realizza un grigliato, sempre in facciata, con mattoni a vista, di chiara ispirazione rurale. Questa scelta materica è, in realtà, sintomatica di una personalità che nel dilemma tra modernità e tradizione preferisce la condivisione di entrambe, perché scegliere implicherebbe limitare la propria capacità progettuale, costringendola a una forzatura.
E Gardella sarà sempre un anarchico nei confronti del Movimento Moderno, del quale abbraccia e condivide i principi teorici (è tra i fondatori, a Milano, del Movimento Studi Architettura) ma di cui rifiuta le limitazioni, confermando "(..) nella più pura tradizione manierista la regola, pur compiacendosi della propria individualità" [4]. In due città, a lui tanto care, darà le prove più emblematiche della sua architettura. A Milano, nella casa in via Marchiondi (1951), realizzata con l'architetto Anna Castelli Ferrieri, non progetta solo un'abitazione ma si misura anche con una piccola operazione di design, più precisamente con il tema della maniglia, che viene risolto da Gardella attraverso una re-interpretazione del cilindro curvato, di tradizione modernista.

A Venezia, con la Casa alle Zattere (1957) sul Canale della Giudecca, esegue l'opera che, per dirla con le parole di Alessandro Mendini, collega " (..) il suo innato intuito compositivo, per via diretta non solo con il razionalismo, ma anche con la stilematica nobile e scarna dei vecchi palazzi lombardi o delle case veneziane" [5].
La struttura viene definita da Carlo Giulio Argan " la Ca' d'Oro dell'architettura moderna un capolavoro di virtuosismo stilistico" [6]. Aldo Rossi, che di Gardella fu prima allievo e poi collaboratore, afferma che il progetto veneziano rappresenta "(..) un momento di profondo rinnovamento dell'architettura." [7] Da questo momento in poi, "(..) il grigiore dell'architettura modernista si interrompe, i giovani cominciano a rifiutare gli accademici della parete vetrata e cercano i loro maestri". Maestri come Gardella, il cui amore per l'architettura - unito all'ostinazione a comprenderla nei suoi molteplici significati - ha lasciato una lezione indelebile.
Per un maggiore approfondimento sull'opera di Gardella, si consiglia:
S. Guidarini, Ignazio Gardella nell'architettura italiana. Opere dal 1929 al 1999, Skira Editore, Biblioteca d'Architettura 2002.

Immagini
1 Ignazio Gardella
2 Dispensario Antitubercolare di Alessandria (1933-1937)
3 Casa in via Marchiondi a Milano (1951)
4 Casa alle Zattere (1957)

Note:
1 - F. BUCCI, Ignazio Gardella: un eretico della modernità, tratto da www.luoghi.net
2 - idem
3 - idem
4 - idem
5 - S. CASCIANI (a cura di), L'architettura presa per mano, Milano 1992
6 - S. CASCIANI (a cura di), L'architettura presa per mano, Milano 1992
7 - Testimonianza di Aldo Rossi in M. PORTA (a cura di), L'architettura di Ignazio Gardella, Milano 1995 pp.66-67

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