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Letteratura contemporanea
Tributo a Francesco Mastriani
28 giugno 2004

Tra via Bernardo Tanucci e via Sant'Efremo vecchio, a Napoli, si scorge una viuzza buia e poco conosciuta. All'imbocco si legge "via Francesco Mastriani". Provate a chiedere, a qualcuno del posto, chi sia stato costui.
Pochi sapranno che la strada è dedicata ad uno dei padri del romanzo "giallo", colui che a ragione è stato definito uno dei massimi esponenti del "basso Romanticismo".

Il Comune di Napoli non ha certo offerto il giusto tributo ad un cittadino che tanto ha dato al "romanzo d'appendice" o, per dirla alla francese, al "feulleiton". Sono più di cento le opere che si contano di questo prolifico "figlio di Napoli", impegnato a descrivere le miserie, gli omicidi, l'arrivismo truffaldino, gli intrighi misteriosi propri di una città bellissima ma "tenebrosa".

E' con "I Vermi","Il mio cadavere", " Federico Lennois", e tanti altri titoli che Mastriani riesce a conquistare il pubblico, dalle pagine del quotidiano partenopeo "Roma", dove i romanzi venivano pubblicati in appendice, a puntate. Una sorta di "telenovela" su carta, di alto contenuto artistico e fortemente rappresentativa di quella Napoli martoriata ed insanguinata dal susseguirsi continuo di occupazioni, abbandonata a se stessa, ma che riesce a tirare avanti tra stenti e miserie, appoggiandosi ad una religione mista a superstizione popolare.

Francesco Mastriani nasce a Napoli il 23 Novembre 1819, da famiglia borghese. Studia approfonditamente l'inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Ciò gli darà la possibilità di lavorare presso il "Dazio", ma l'arido impegno di esattore non è in sintonia con la creatività artistica di un profondo conoscitore degli stili letterari europei. L'esiguo stipendio di doganiere lo obbliga a scrivere "feulleiton"; di fatto in quell'epoca era diffusissimo l'uso di pubblicare romanzi "a pezzi", lasciando ogni volta , a fine puntata, il lettore col fiato sospeso. Fu una sorta di strategia di marketing. Molti compravano il quotidiano soprattutto per la "puntata", poi, se avevano ancora tempo, leggevano le notizie.

Presto la fama di Mastriani sarà ampia, anche se non sempre ben accetta nei salotti letterari.
Benedetto Croce e Matilde Serao furono tra quelli che apprezzarono le doti del nostro, precursore dello stile di Allan Poe e di Conan Doyle. Un "Holmes napoletano", amato dalla scrittrice inglese Jessie White Marion che di lui scrisse: "chi vuole apprezzare i lavori del Mastriani deve prima veder Napoli, poi leggerli; se no, chiuderà i suoi libri dicendo 'queste sono esagerazioni di romanziere, sogno di rivoluzionario'. Ma dopo aver visto con i suoi occhi esclamerà mestamente: purtroppo egli ha scritto la verità, null'altro che la verità, ma non tutta la verità".

Lo stile del Mastriani è paragonabile a quello del Dickens del "Circolo Pickwick". E come Eugene Sue scrisse "I Misteri di Parigi", Mastriani pubblicò "I misteri di Napoli".
Il popolo napoletano pianse per la sua morte il 7 gennaio 1891.
Fu la Serao a riprendere il genere praticato dallo scrittore, pubblicando "Il delitto di Via Chiatamone" e "La mano tagliata".

Qualcuno, oggi, ricorda ancora le opere di Francesco Mastriani. Alcuni anni fa la "Medea di Portamedina", fu egregiamente rappresentata da Giuliana De Sio e da Christian De Sica, in uno sceneggiato televisivo a puntate, e nel 1999 "La cieca di Sorrento" è stata messa in scena al teatro "Nuovo Sentiero" di Firenze.
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